In un blog de Il Corriere della Sera, un tassista si chiede come mai ci sia tanta acredine verso la sua categoria, come mai gli altri lavoratori non comprendano la lotta di questa categoria.
E’ una domanda che sottolinea un certo modo di vedere leggere la realtà comune a molti italiani: dapprima si cerca e si costruisce un sistam di accesso ad una opportunità e poi, in situazioni di difficoltà, di chiede di essere equiparati a quanti – per volontà o possibilità – non hanno perseguito lo stesso escamotage.
I tassisti, se ne facciano una ragione, sono degli imprenditori. Come sottolineava lo stesso tassista di cui sopra, svolgono il lavoro con autonomia e dopo aver investito del loro; in tal senso hanno onori ed oneri da tale scelta. Il problema è che finora hanno cercato di sopperire agli oneri di una scelta imprenditoriale con norme corporative: tariffe e blocco della concorrenza non sono elementi tipici dell’attività imprenditoriale. Mlti artigiani e commercianti hanno dovuto acquistare una licenza per aprire la propria attività, specie prima delle liberalizzazioni del settore. Nessun ristoratore, pizzaiolo o alimentarista è mai sceso in piazza per rivendicare il valore di una licenza per somministrazione cibi e bevande anche perché la cessione di tali titoli è sempre stato, per legge, esente da forme di lucro che si sono sempre svolte in forma sommersa. Allo stesso modo nessuno è sceso in piazza quando si decise, per legge, che non c’erano più vincoli per l’apertura di piccole attività commerciali: chi aveva prima un suo territorio “protetto” da quel giorno poteva ritrovarsi un concorrente dalla parte opposta della strada, ma nessuno protestò. Sono i cosiddetti “rischi imprenditoriali”, quelli che consentono, dal’tra parte di poter operare in autonomia e di poter avere l’opportunità di utili crescenti nel tempo, se si è bravi e capaci.
I tassisti invece non vogliono buttarsi nella mischia, si comprano la licenza – a rigor di norma illegalmente – si mettono in un mercato protetto e operano attraverso tariffario con l’aggiunta di un sistema di certificazione fiscale molto blando (non ci sono né scontrini né ricevute).
Nessun mette in dubbio la difficoltà del lavoro di un tassista, attività certamente rischiosa e usurante. Non credo nemmeno che sia un’attività che renda ricchi o che per ripaghi dello sforzo e del lavoro che uno vi profonde, tuttavia la lotta che la categoria sta facendo non può essere né compresa né accettata dagli altri lavoratori. La licenza di tassista deve solo garantire il consumatore, certificare la competenza dell’autista e del mezzo; per il resto i tassisti dovrebbero chiedere di poter operare in modo libero, di investire in più mezzi da affidare a altri autisti oppure di coprire zone periferiche e di fare tariffe diverse, secondo modelli di servizio innovativi e personalizzati. Così il loro diverrebbe un vero business imprenditoriale e la città e i cittadini potrebbero scegliere un servizio dinamico e accessibile, magari con maggiore frequenza e facilità e, quindi, maggior lavoro per i tassisti.