Oggi ho letto una
notizia sul corriere sull’ennesimo episodio di cronaca collegato in qualche modo all’uso delle chat e degli spazi di comunicazione personale, in internet.
La notizia mi ha colpito perché quegli spazi li conosco; in effetti raccontare di “aver chattato” è un po’ come fare outing. Molti lo fanno ma pochi lo raccontano; si associa alla chat una situazione di disagio, di triste povertà di relazione. Ancor di più l’alone negativo è dato dall’associazione della chat con la ricerca di un partner, molto spesso a scopi meramente erotici.
Per questo dire “io chatto” impone un qualche coraggio; ma tant’è. Racconto in breve della mia esperienza in materia così da poter poi sostenere le mie opinioni anche in relazione alla notizia citata in partenza.
Ho oramai passato i quaranta ma quando mi sono approcciato per la prima volta ad un chat ne avevo meno di trenta. Non sto qui a dilungarmi sugli aspetti tecnologici che tradirebbero solamente la obsolescenza della mia esperienza in termini anagrafici.
All’inizio restai colpito dalla modalità di interazione dello strumento per poi farmi coinvolgere anche dai lati sensuali (in senso puro) ed erotici di quegli incontri. Per diverse ragioni, non ultimo il coinvolgimento in alcuni incontri, mi è capitato di chiudere volutamente la frequentazione delle chat, componendo così una frequentazione saltuaria e discontinua di questi ambienti.
A tutt’oggi mi approccio alle chat per diletto, quando mi annoio o ho voglia di distrarmi e rilassarmi per qualche ora.
La mia esperienza racconta di incontri molto eterogenei, come diversa e variegata è un po’ l’umanità che ci circonda. Tuttavia questi incontri si sviluppano in una sorta di humus comune fatto principalmente da ragazzi o giovani che usano la chat per fare incontri, con una forte caratterizzazione sessuale. Per dirla spiccia: si usa la chat per rimorchiare. In questo il livello dei contenuti è forse assimilabile a quello che si potrebbe raccogliere registrando le chiacchiere dei ragazzi in discoteca o dietro i muretti delle scuole… Su questo sfondo si incontrano tante altre persone tra cui però si possono più frequentemente trovare coloro i quali cercano comunque qualcuno da incontrare. Facile, infatti, comprendere come la chat possa sostituire altri spazi di aggregazione ed incontro ormai resi obsoleti (chissà perché poi?) dai tempi e dagli spazi delle nostre città.
Questa la mia esperienza rispetto alle persone. Quanto, invece, ai contenuti e alle relazioni, devo sottolineare come il rapporto mediato da uno strumento di questo tipo non sia valutato per le sue reali caratteristiche. La cosiddetta virtualità, infatti, nel caso della chat è rappresentata dalla costruzione di un interlocutore che si compone di ciò che egli dice e di una sorta di supporto alle proprie proiezioni. Come nel caso della ragazza vittima del fatto di cronaca citato all’inizio, molte persone arrivano ad ammettere, solo dopo molto, che la persona conosciuta in chat in realtà non la si conosce per niente. Ma l’illusione di una relazione più profonda esiste perché è supportata dalle proprie proiezioni che possono svilupparsi fortemente intorno all’avatar o al profilo che il nostro amico o amica di chat ci presenta. Ecco, quindi, che i minuti o le ore di chiacchiere – molto spesso non dissimili da quelle che potremmo scambiare con semplicità e anche un po’ di banalità con altri nella “realtà” – assumono un ruolo forte laddove avessimo un bisogno psicologico di affidarci ad una “storia”, una relazione. La chat rimane un mezzo, un’evoluzione ludica di uno strumento di comunicazione efficace; quello che cambia le cose è il nostro modo di interpretarla, di affidarle il compito di semplificare l’approccio all’Altro, al Prossimo. Vogliamo che la chat ci tolga dall’imbarazzo di uscire e conoscere veramente gli altri con la fatica e la frustrazione che questo comporta. La chat è più facile in questo non solo perché ci toglie dalle nostre responsabilità ma anche e soprattutto perché ci fornisce interlocutori che sono sempre facile da capire perché sono “ricoperti” in parte dalla nostra maschera. E’ facile usare i propri pregiudizi, le nostre teorie ingenue della personalità, i nostri stereotipi ma anche le nostre proiezioni positive, i nostri miti. Così sarà sempre facile capire chi è il nostro interlocutore, fidarsi o non fidarsi. Anche la ragazza della Lombardia è caduta in questo errore probabilmente, rendendo un ragazzo banale e un po’ scaltro, il “suo” principe azzurro. Allo stesso modo è stato sicuramente facile per lui vincere la sua fiducia e assecondare un desiderio di intimità.
Parlare a distanza tra due persone è un’esperienza quotidiana comune: si parla al telefono, ci si scambiano e-mail e SMS, si scambiano notizie veloci tramite i messenger. Una chat è diversa solo in ragione del ruolo che vogliamo dargli, del contesto (regole, clima) in cui la posizioniamo. A me piace usarla come una volta si usava il “baracchino”, a come parlavano a distanza i radioamatori. Ci si metteva in ascolto con la cuffia intesta e si aspettava di incontrare qualcuno che abitava in altre parti del paese o del mondo per poter vincere la distanza e raccontarsi cose diverse, sconoscere altre opinioni e esperienze di vita.
Ma oggi pochi hanno voglia di ascoltare.